Caso Lo Porto: il diritto alla conoscenza vale anche per voi, cari amici americani

Caso Lo Porto: il diritto alla conoscenza vale anche per voi, cari amici americani

Thu, 04/30/2015

Autore: Valter Vecellio
Fonte: http://notizie.radicali.it/
Si può, da “Amerikani” riconoscenti per quanto quel paese ha saputo e voluto fare; da ammiratori di quel sistema che discende dai “Federalist papers” di Alexander Hamilton, James Madison, John Jay; da consapevoli delle opportunità (certo, sudate e strappate con le unghie e con i denti) che questo paese ha voluto e potuto dare a tanti europei; grati a quelle migliaia di giovani americani che sono venuti a morire in Italia e in Europa, per la nostra libertà e il nostro benessere; si può, dicevo, pensare che non piace per nulla quello che è accaduto nell’“affaire” Giovanni Lo Porto? Non è in discussione la responsabilità della sua morte e di Warren Weinstein. Certo: i maggiori responsabili sono i terroristi li hanno sequestrati. Lo nega e lo contesta solo un imbecille. Però non è irrilevante sapere se e quando Obama ha “saputo” di queste morti; se e quando lo ha comunicato a al presidente del Consiglio italiano; e neppure è irrilevante conoscere la dinamica di quello che burocraticamente è stato chiamato “l’errore”.

Un “errore” che si commette quando si fa la guerra, inevitabile. Solo che questi “errori” sono quasi una routine: secondo il rapporto “You never die twice” curato da “Reprive”, che si occupa di violazioni estreme dei diritti umani, nei tentativi di eliminare una quarantina di terroristi, sono state uccise ben 1.147 persone che non c’entravano nulla: 1.147 come Lo Porto e Weinstein; 1.147 “errori”?

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sapeva; sapeva e ha taciuto. Non solo lui. Dell’operazione che tramite droni ha distrutto una base di terroristi in Waziristan, uccidendo i due prigionieri, i servizi di sicurezza del nostro paese cominciano a saperlo a marzo; forse non c’è ancora la prova provata che si tratta di Lo Porto; ma il sospetto sì; forse qualcosa di più di un sospetto…Non ne riferiscono nulla ai loro referenti politici? Si tengono la cosa per loro? Per dire: non hanno informato il sottosegretario con delega ai servizi segreti, i ministri dell’Interno e degli Esteri, lo stesso presidente del Consiglio? Nessuno di loro è stato messo a conoscenza di questo sospetto che forse è qualcosa di più di un sospetto?

Il 17 aprile scorso al presidente del Consiglio italiano in visita a Washington, tra un selfie e una amichevole pacca sulle spalle al “dear friend Barack”, non gli viene da chiedere nulla? Sembrerebbe di no, e se è vero vien da chiedersi che personaggio sia l’inquilino di palazzo Chigi. Ad ogni modo, tace Renzi, e anche “Mister Obama”, anche lui non apre bocca. Non si lascia scappare una sillaba: amici sì, ma senza farsi e darsi troppa confidenza. Come dice Ned Price, Assistant Press Secretary e Director for Strategic Communications al National Security Council (madre santa!, tutta questa roba per dire che si è un qualcosa tra l’addetto stampa e un consigliere per le comunicazioni?), “c’erano molti passi da compiere nella raccolta di tutti i fatti necessari, la conduzione delle analisi, e i preparativi per informare le parti rilevanti…”. Quali passi? Ipotizziamo: da qualche “nostro uomo nel Waziristan” procurarsi quel che il drone non ha completamente polverizzato; procurarsi il DNA di Lo Porto (chi l’avrà dato agli americani?); esaminare i reperti in qualche laboratorio…Certo, è possibile che il 17 aprile tutto questo lavorio non fosse ancora finito…

Quello che non si sa il 17 aprile lo si sa una settimana dopo; soprattutto grazie al New York Times e al Wall Street Journal. Collateralmente si viene a sapere quello che ci raccontano decine di film e di romanzi: la Cia non sa cosa fa l’Fbi; l’Fbi non informa i colleghi degli altri “servizi”; i vari apparati di intelligence non si parlano, o se lo fanno, non si capiscono…. Veniamo a sapere che Obama, prima di dire qualcosa deve attendere che l’intelligence abbia portato a termine un assessment” per capire cosa si può rivelare senza compromettere metodi e fonti; e però si viene a sapere che forse non è proprio vero che Obama non ha aperto bocca; forse il 17 aprile qualcosa la dice, anche se non è proprio un dire, è piuttosto un ipotizzare, perché la certezza non c’è, bisogna verificare…Insomma non è proprio vero quello che dice Price, che tutti per legge sono obbligati a tacere fino a quando l’assessment non si è concluso; e quindi anche se mister Obama avesse voluto raccontare subito al “dear friend Matteo” “l’incidente”, non avrebbe potuto farlo. Mario Platero del Sole 24 Ore (non esattamente un giornale “estremista”), pone la questione durante la conferenza stampa convocata sui droni: Obama risponde secco, anche un po’ seccato, “come se la domanda riguardasse un altro pianeta: di droni proprio non abbiamo parlato”.

Sono parecchie le cose che andrebbero spiegate, chiarite. Il 22 aprile “Mister President” telefona al “dear friend Matteo”: gli dice che Giovanni è morto; la certezza è stata raggiunta; gli dispiace tanto, ma sono cose che accadono, quando si è in guerra; i droni consentono di fare la guerra “pulita” nel senso che chi spara e mille miglia lontano dall’obiettivo, e non corre nessun pericolo, gli americani non corrono rischi. Ma col drone non c’è nessuna certezza che si prenda l’obiettivo che si vuole colpire: magari ci vanno di mezzo altri, innocenti. Poi c’è quello che dice Edward Luttwak: “La verità è che non abbiamo più intelligence sul terreno. Quando avevano il problema dell’Ira in Irlanda, gli inglesi la infiltravano, e lo stesso facevano in Medio Oriente. Ora noi potremmo penetrare facilmente gruppi come al Qaeda e Isis, perché cercano di reclutare gli occidentali, ma abbiamo rinunciato a farlo. Questo significa che la nostra intelligence viene solo dalla sorveglianza elettronica, che ci espone ad errori come quello avvenuto in gennaio”.

Il Governo va a riferire al Parlamento; “informative urgenti”, si chiamano. È il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che riferisce, dà la versione ufficiale dei fatti. Magari è incredibile, magari è parziale; magari è piena di omissioni. Comunque è l’occasione per discutere, dibattere, chiedere, esigere informazioni e spiegazioni… Le immagini della seduta mostrano un’avvilente, desolata aula di Montecitorio deserta. Quei parlamentari, che sono stati da noi votati (e che noi manteniamo) per fare un lavoro che dovrebbe essere a favore della collettività, se ne sono, letteralmente, fregati di Lo Porto, e di tutto quello che questa vicenda comporta e significa. Quel vuoto d’aula significa che a loro non importa un bel nulla, che le chiacchiere che leggiamo sui giornali, che ascoltiamo dalle televisioni, sono appunto chiacchiere. Dopo la comparsata di rito, via, tutti a casa, a far altro, ad altro interessarsi.

Non è la prima volta che accade; e accadrà altre volte ancora; cosa si può fare? I giornali potrebbero decidere di pubblicare il “semplice” elenco dei presenti e degli assenti; avendo cura di specificare, per quelli che dicono d’essere “in missione”, in cosa consiste esattamente la “missione”: se sono effettivamente in qualche luogo, in ragione del loro incarico; oppure se semplicemente è il modo, come accade spesso, per non perdere il gettone di presenza. Servirà, probabilmente, a poco. Ma almeno resterà una piccola traccia di cui un elettore potrà, se vuole, tenere conto; e chissà, vedendosi immortalato tra gli “assenti”, magari ci sarà un parlamentare che comincerà a provare un senso di vergogna come quello che proviamo noi, quando vediamo le immagini desolanti e avvilenti dell’Aula di Montecitorio deserta…

Lasciamo perdere queste meschinità “domestiche”, torniamo a “Mister President”. Non è infondato l’interrogativo ancora una volta del Sole 24 Ore: “Comunque sia andata, non è andata bene. Nel migliore dei casi ne emerge il ritratto di un Obama parecchio cinico…”. Non diversamente da George W. Bush, con il suo comportamento Obama dimostra che la trasparenza, il diritto alla conoscenza e alla verità, non è una delle sue priorità; ancora una volta rivendica la segretezza e la menzogna come arma e strumento politico. Chi lo autorizza, e fino a quale limite si sente autorizzato a spingersi, in nome di quale “ragione di Stato” è qualcosa di indefinito, arbitrario. Credo che anche di questo, ai primi luglio, avranno di che discutere i radicali a Bruxelles, nell’ambito dell’annunciato convegno su Stato di diritto contro la ragione di Stato, nell’ambito della campagna che ha come obiettivo la codificazione del diritto umano universale alla conoscenza, il diritto di conoscere in che modo e perché i governi prendono determinate decisioni che influiscono sui nostri diritti umani e libertà civili, soprattutto per quanto riguarda questioni di “sicurezza nazionale”. Può essere che siano sognanti utopie, corbellerie di visionari. Ma non sarebbe comunque il caso di discuterne? Tra “amerikani” orgogliosi di esserlo.

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